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Tecnostress


(dal libro di Enzo Di Frenna, "Tecnostress in azienda" (edizioni Netdipendenza Onlus)

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su un campione di 224 operatori italiani ICT

Tecnostress è una parola coniata dallo psicologo americano Craig Broad, autore del libro “Technostress: the uman cost of computer revolution” - (Tecnostress: il costo umano della rivoluzione dei computer) - edito nel 1984 da Addison Wesley (288 pagine). Era la prima volta che si affrontava il tema dello stress derivante dall’uso di tecnologie e il suo impatto sul piano psicologico. Broad definì il tecnostress “il disturbo causato dall’incapacità di gestire le moderne tecnologie informatiche”. Secondo lo psicologo i disturbi principali erano ansia, affaticamento mentale, attacchi di panico, depressione, incubi, attacchi di rabbia (dovuti in particolare alle difficoltà di utilizzo dei computer e dei software). Ma da allora, cioè dopo oltre 23 anni, molte cose sono cambiate. Internet è diventato lo strumento universale d’informazione. Il videotelefono-computer si è diffuso sul mercato. La tv è diventata digitale. E altri oggetti digitali sono diventati di uso comune. Quindi, come si può dedurre, il suo studio è vincolato al periodo in cui è stato realizzato (gli inizi degli anni ‘80) quando il computer aveva poche funzioni e il sistema operativo era molto elementare.
Dopo lo studio di Broad bisogna aspettare dodici  anni per una nuova pubblicazione di particolare interesse sul tecnostress. Nel 1996 il professor Richard A. Hudiburg del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Nord Alabama (Usa) presenta a New York la ricerca “Assessing and Managing Technostress” (Valutazione e gestione del Tecnostress), incentrata sul rapporto tra stress, nuove tecnologie e l’attività del bibliotecario. Negli Stati Uniti, infatti, sono spesso le grandi biblioteche ad avvicinare un gran numero di utenti e studenti alle tecnologie digitali più avanzate e per questo sono state tra le prime strutture a studiare le metodologie per ridurre al minimo lo stress “informatico”, ad esempio introducendo gradualmente i nuovi programmi destinati all’utente e offrendo un servizio diassistenza. Questa nuova ricerca fu infatti sponsorizzata dalla Association of College & Research Libraries. Dunque Hudiburg, dopo aver preso in considerazione il concetto di tecnostress di Craig Broad, analizza l’evoluzione dello stress nella società moderna (dobbiamo pensare che in America le tecnologie informatiche erano all’epoca molto utilizzate in ambito accademico e universitario), infine illustra i risultati della sua ricerca e spiega gli effetti sulla salute dell’uomo. 
Ecco cosa scrive:

«Le persone che hanno accusato forti o leggere forme di tecnostress, e anche quelli colpiti da forme più estreme, di solito parlano di effetti gravi e negativi. Lo stress eccessivo viene collegato a problemi di salute, come problemi cardiaci, ipertensione, emicrania, ecc. Un altro possibile risultato negativo è la sindrome di “burn out” (sovraffaticamento da lavoro, ndr) che è stata definita come “la sindrome da esaurimento emozionale e spersonalizzazione dell’individuo” (Maslach 1982)».

Hudiburg è stato anche il primo a formulare un “tecnostressometro”, ossia una scala di valori per misurare il proprio livello di stress rispetto all’utilizzo degli apparecchi digitali. Solo che l’elenco di tali apparecchi risulta ormai obsoleto, perchè molti non sono più utilizzati con frequenza (come il fax o il masterizzatore cd). Rispetto al futuro, il ricercatore americano sostiene che il tecnostress sarà un problema sempre più diffuso, una sorta di “ubriacatura di bit”, un alcolismo delle informazioni. 
A febbraio del 1998 esce invece la prima ricerca sul rapporto tra tecnostress e organizzazione del lavoro. L’autrice inglese Nina Davis Millis, direttore del Dipartimento Mit Libraries of Systems and Technology Services, organo del prestigioso Mit (Massachussets Institute of Technology), si concentra sul rapporto tra tecnologie, stress e organizzazioni del lavoro (partendo dalla sua esperienza professionale).
Il titolo della nuova ricerca: “Technostress and the Organization: a Manager’s guide to survival in the Information Age” (Tecnostress e Organizzazioni:  una guida per la sopravvivenza nell’Era dell’Informazione).
Lo studio affronta il rapporto tra l’individuo e le nuove tecnologie dell’informazione che si diffondono negli ambiente di lavoro. Soprattutto fa riferimento ai lavoratori che in genere archiviano dati. Dunque già all’epoca il sovraccarico informativo (information overload) era già avvertito negli ambienti accademici americani come una delle cause del tecnostress. Riferendosi al proprio ambiente di lavoro (ma in fondo sembra parlare a tutte le professioni) Nina D. Millis scrive:

«Il tecnostress è un problema. Il problema è reale. E non riguarda esclusivamente le persone che ne sono afflitte. Dal mio punto di vista, riguarda l’interazione tra noi e l’uso che facciamo della tecnologia, il legame tra la tecnologia e noi stessi»

Sempre nel 1998 gli psicologi americani Larry Rosen e Michelle M. Weil pubblicano il libro “TechnoStress: Coping With Technology @Work @Home @Play ” e il tema irrompe nel mondo del lavoro e delle aziende. Il settimanale Newsweek scrive: «In definitiva, affrontare il tecnostress è un imperativo commerciale. Il settore ha esaurito il numero di acquirenti disposti a tollerare prodotti complessi e alienanti...». Altri autorevoli media si interessano all’argomento: Fox News Channel definisce Rosen e Weil come “i maggiori esperti internazionali riconosciuti sul tema dell’impatto psicologico delle moderne tecnologie”.  E ancora NBC News: «I due consulenti della California del sud, conferenzieri, ricercatori, esperti del volto umano della tecnologia, hanno creato il settore del Tecnostress...»
 Perfino una star musicale come Michael Jackson si interessa  al problema: «Technostress? Leggetelo, ne va la pena. Io l’ho letto e dovreste farlo anche voi», dichiara all’Award Winning Talk Radio Host.
Rosen e Weil, con il loro libro, portano il tecnostress all’attenzione del grande pubblico. E siamo nell’America del 1998! Al momento in cui scrivo sono trascorsi dieci anni e solo oggi in Europa - e in Italia - il tecnostress sta diventando un tema di discussione, un rischio a cui è chiamata a far fronte l’impresa moderna.
I due psicologi americani, di fatto, sono diventati i più autorevoli esperti di patologie tecnologiche e hanno pubblicato numerose ricerche negli anni a seguire, osservando da varie angolazioni l’impatto dell’information technology nella società odierna. Di recente, Larry Rosen ha pubblicato “Me, My Space e I: parents e Net Generation” (genitori e generazione della Rete), dove tratta l’influenza delle tecnologie e di internet sui giovani.

Come dicevo, da allora ne è trascorso di tempo e la tecnologia digitale ha fatto passi da gigante. Intanto bisogna arrivare a settembre 2005 per rintracciare una nuova e interessante pubblicazione: “The evolution of Technostress”, scritto da Lisa A. Ennis, giovane ricercatrice universitaria formatasi all’università del Tennessee, in cui per la prima volta descrive il tecnostress come un “problema permanente”. Dopo aver introdotto una nuova ricerca che confronta le varie forme di stress lavorativi, in un periodo che copre dieci anni, analizza l’evoluzione del tecnostress nella società moderna e mette in luce i rischi sulla salute della mente umana. Suggerisce inoltre uno studio costante su questa nuova forma di stress di derivazione “tecnologica”, poichè in futuro i computer e le macchine digitali saranno ancora più presenti nella nostra vita. Con un master in Scienze dell’informazione e varie pubblicazioni sul “management e organizzazione del lavoro”, Lisa Ennis figura certamente tra le figure di riferimento nello studio del tecnostress e certamente si può parlare di “evoluzione” del problema dal 1998 ad oggi.
Nel breve panorama delle ricerche più importanti bisogna includere, infine, quella di Stephen Harper, ricercatore presso l’università scozzese di Glasgow. Nel 2007 pubblica uno studio sul tecnostress, in cui per la prima volta elenca le conseguenze sull piano fisico, psicologico ed emozionale...

(tratto dal secondo capitolo del libro di Di Frenna "Tecnostress in azienda" - edizioni Netdipendenza Onlus)



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