I risultati condotti dalla ricerca di Netdipendenza Onlus


in collaborazione con Asseprim e Wireless


(dal libro di Enzo Di Frenna, "Tecnostress in azienda" (edizioni Netdipendenza Onlus)

Mi occupo da molti anni di Tecnostress. Per chi usa spesso la tecnologia dell’informazione è un passaggio obbligato, per cui nel 2002, quando fondai Netdipendenza.it, cominciai a trattare l’argomento in conferenze e dibattiti. Nel 2003 organizzai la prima “vacanza per tecnostressati”, che suscitò l’attenzione dei principali media (Ansa, Panorama, Corriere della Sera, La Repubblica, Il Tempo). Portai un gruppo di dipendenti sulle colline del Sasso (Bracciano), ma a cavallo. Si divertirono molto: uno dei partecipanti fu spinto da un cavallo in un abbeveratoio e rise di gusto. Alla fine erano stanchi, allegri, e più rilassati. Negli anni successivi ho pubblicato diverse inchieste giornalistiche, ma di recente mi sono accorto che il tema è sempre più ricorrente.
Avevo dunque archiviato appunti, note, interventi, articoli. Poi ho pensato a un libro che facesse il punto della situazione in Italia. Ho iniziato a scrivere i primi capitoli, ma i troppi impegni mi hanno fatto desistere. Il 28 maggio 2007 sono stato poi invitato come relatore a un meeting di manager dell’information e communication technology, organizzato a Milano dalla società milanese Wireless, di cui è amministratore Gianluigi Ferri. Il mio intervento era focalizzato sul Tecnostress e l’impatto sulla redditività in azienda. La platea ascoltò con attenzione e riscontrai un vivo interesse nei dirigenti d’azienda presenti all’evento, con cui mi intrattenevo nei brevi coffee break. In particolare mi colpì il racconto di Vincenzo Finazzi, direttore del personale della compagnia di assicurazione Zurich Italia. Mi spiegò che aveva promosso una ricerca sul tecnostress nella sua azienda partendo dal presupposto che lui stesso conduceva una vita troppo carica di impegni: scrivere, leggere, spedire e mail, report da consegnare, telefonate, fax, lo smarthphone sempre a portata di mano. La sua passione per la pesca l’aveva ormai abbandonata da anni e ricordava quanto gli faceva bene stare su una barchetta con qualche amico. Sentiva di aver perso qualcosa di importante, che lo ricaricava di energia. Così cominciò a porre alcune domande ai suoi quadri aziendali e nacque una ricerca interna alla Zurich. I risultati furono molti interessanti e lo indussero ad avviare un corso di formazione per la gestione del tecnostress e l’uso consapevole delle nuove tecnologie, orientato a gruppi di dodici dirigenti per volta.
Questo racconto mi fece riflettere sulla notevole diffusione del problema, ma della scarsa consapevolezza che c’è nei soggetti colpiti da questo tecno-disturbo. La maggior parte dei manager non si accorge di essere tecnostressato. Corre, scrive, telefona, naviga in internet, partecipa a videoconferenze, scarica documenti, fissa appuntamenti, usa in modo massiccio la posta elettronica, e lo fa per moltissime ore al giorno. Non si accorge che qualcosa non va mentre usa troppa tecnologia dell’informazione. Sente il disagio, avverte un malessere, è stanco, trascura le relazioni personali, la famiglia, ma non associa questi effetti alla causa: cioè i troppi impegni e la troppa tecnologia. Così mi sono ritagliato dei tempi per conludere il libro che avevo inziato a  scrivere, convinto che avrebbe favorito una possibile  presa di coscienza del problema.

I manager vivono il tecnostress
ma spesso non ne sono consapevoli


La collaborazione con Ferri intanto proseguiva. Il 26 e27 settembre 2007 sono stato invitato alla fiera-evento Roma Caput Media, dove partecipavano oltre 650 operatori della comunicazione mobile e video on the net. In quella occasione la mia associazione, Netdipendenza Onlus,  ha curato una ricerca sul campo, intervistando 224 operatori dell’Ict sul tema del tecnostress e la mobil work life. I dati sarebbero stati poi presentati ad un successivo meeting a Milano, promosso da Asseprim e organizzato da Wireless. Ma mentre intervistavo i manager sono rimasto colpito dalla scarsa consapevolezza del problema. Alla fine dell’intervista-questionario molti di loro prendevano però coscienza di essere tecnostressati! Mi colpì in particolare una giovane dirigente di una società produttrice di software per la telefonia voip: dopo aver risposto alle domande, alzò gli occhi azzurri e rimase un attimo in silenzio a guardarmi. Poi disse: «Caspita! Non mi ero mica accorto di essere una tecnostressata! In effetti ho un rapporto morboso soprattutto con il cellulare...».
L’altro elemento che mi ha colpito è il fatto che la quasi totalità degli intervistati ritiene che il tecnostress sarà un problema sempre più diffuso in azienda. Hanno cioè la percezione che lo sviluppo capillare della tecnologia digitale possa determinare un impatto notevole sulla qualità della loro vita, personale e lavorativa. Ma, allo stesso tempo, non si rendono conto dell’impatto che può avere sulla loro salute. E neppure immaginano in che misura tutto ciò potrebbe influenzare in negativo le loro performance in azienda. Insomma, perpeciscono il problema ma non riescono a quantificare l’impatto su loro stessi.
Questo perchè il tecnostress, come le altre tecnopatologie, è subdolo. S’insinua lentamente. Giorno dopo giorno. Ho potuto riscontrare, dai colloqui che ho avuto con vari psicologi e psicoterapeuti, che le nuove dipendenze digitali sono droghe che si innestano nell’organismo - soprattutto sul piano psichico - e il soggetto colpito non se ne rende conto, almeno fino a quando non emerge chiaramente un sintomo fisico. E anche i colleghi di lavoro e i familiari faticano a rintracciare nel tecnosstress la causa di alcuni disturbi psicofisici e comportamentali.

La “sostanza” chiamata informazione
è molto maneggiata dai manager

Spesso ripeto nelle mie conferenze che la “sostanza informazione” te la regalano. La trovi ovunque. Il sistema economico in cui viviamo ti spinge a ingerirla ogni giorno e per molte ore. La videodipendenza, ad esempio, non è dipendenza dal mezzo - perchè non si può essere dipendente da una scatola con un vetro e dei chip - ma è dipendenza verso la sostanza “informazione” veicolata in continuazione dai video. In realtà dovremmo parlare di info-dipendenza. E le info sono fatte di testi, immagini, video, suoni. Quando il nostro cervello ne incamera una quantità considerevole, si innesca lo stesso effetto che, in altre dipendenze, si chiama “overdose”.
L’overdose di infomazioni è dunque all’origine del tecnostress. Ma questo concetto lo approfondirò più avanti, quando parlerò del funzionamento del cervello e della programmazione neurolinguistica.
Torniamo alla ricerca effettuata al Roma Caput Media. Abbiamo distribuito un questionario agli operatori Ict e di comunicazione mobile. e in tanti sono stati intervistati di persona. Il tema era “Il Tecnostress nella Mobil Work Life Management”. Devo dire che ho riscontrato un certo interesse verso l’argomento. Nonostante gli intervistati fossero per la maggior parte “distratti” dagli impegni, dalle telefonate, dai computer portatili, si soffermavano volentieri a rispondere alle domande, e in generale ho riscontrato una reazione divertita, a volte quasi un sorriso che sembrava sottolineare il fatto che lo stress in ambito manageriale è un problema piuttosto scontato.
Dai dati elaborati è emerso un quadro interessante e credo rappresenti la prima ricerca sul Tecnostress in Italia vista con gli occhi degli operatori Ict e di comunicazione mobile.

I risultati della prima ricerca
sul Tecnostress in Italia


Il totale degli intervistati è di 224 operatori. Così suddivisi: 233 uomini e 21 donne. L’età media è compresa tra i 30 e i 45 anni.
Il primo dato rilevante che salta fuori è che la maggior parte degli operatori intervistati trascorre con lo schermo, ogni giorno, fino a 9-12 ore. C’è anche chi arriva a punte di 16-18 ore, come il caso di due operatori (età 22 e 25 anni) che svolgono, tra le altre cose, un lavoro di programmazione e dunque vivono con il computer e lo smartphone sempre a portata di  mano.
In assoluto il computer e il cellulare multifunzione sono gli oggetti più utilizzati, ultimo la tv (in media vista 1-2 ore al giorno). Molto usata anche la posta elettronica: da postazione fissa e mobile. La maggior parte usa l’email da 1 a 5 ore ore (142 risposte), ma una buona percentuale dichiara di usarla anche oltre le 6 ore (79 risposte). Spesso l’uso del computer e della posta elettronica è percepito come due mezzi diversi, mentre in realtà si usa un unico apparecchio, il personal computer. Per cui c’è chi ha risposto che usa 9 ore il computer e 3 ore la posta elettronica. Per molti operatori intervistati l’email è fonte di tecnostress: spesso sono troppe, bisogna leggerne la maggior parte, e bisogna rispondere. Ciò può portare via tempo e si ingenera la sensazione di “perdere tempo” o di “deviare” dagli impegni principali stabiliti in precedenza.
Molti operatori della comunicazione mobile rivelano di preferire la web-tv on demand, cioè piccoli programmi su temi specifici, oppure brevi format aziendali che descrivono prodotti, ricerche, trend. Il loro modello di riferimento è You Tube, il sito americano su cui utenti privati, aziende, enti pubblici scaricano i loro video e progetti multimediali. Sono convinti che la nuova frontiera televisiva sia su internet, per cui guardano poco la tv tradizionale. Molti intervistati, alla domanda quanto tempo dedica ad altra tecnologia (ad esempio la tv) rispondevano: «E chi ha il tempo per guardare la televisone!». Oppure: «A volte la sera, se non sono stremato dalla giornata di lavoro, la guardo per un’oretta..».
In generale, gli operatori di comunicazione mobile sembrano preferire l’informazione via web, per cui il trend sembra far pensare ad un tempo maggiore che verrà dedicato alla web-tv nei prossimi anni. Una televisione che passa sempre di più dal computer e percepita “più democratica e veritiera”. Ma che farà lievitare il numero delle ore trascorse con lo schermo digitale.

IL FATTORE “TEMPO” E L’USO MULTIPLO DI TECNOLOGIA.
Da questi primi dati emerge che il fattore “tempo” è dunque determinante nell’insorgere del tecnostress. È evidente che chi lavora con le tecnologie dell’informazione mobile trascorre, in media, più tempo con tali apparecchi rispetto ad altre professioni. Ma chi, oggi, non è coinvolto in larga misura nel sistema della rete informativa?
Una così prolungata esposizione alle tecnologie digitali (e stiamo parlando di un calcolo medio, cioè senza considerare i casi di manager e dirigenti che trascorrono oltre le 9 ore al giorno) può favorire l’insorgere del tecnostress nella vita degli imprenditori e nei loro quadri. L’uomo infatti, fino a pochi anni fa, non era invaso in modo così massiccio dalla tecnologia e dunque lo stress in ambito lavorativo era correlato agli impegni e alle preoccupazioni per i risultati. Oggi, accanto a tutto ciò, si aggiunge il tecnostress dovuto all’uso massiccio, multiplo, ripetuto di tecnologie digitali. E “l’organo” più esposto è la psiche (come vedremo dalle altre risposte fornite nella nostra ricerca) e a seguire, il corpo fisico.
Abbiamo chiesto se capita spesso di utilizzare tecnologia videomobile contemporaneamente e la maggior parte ha risposto di sì (132 lo fa abitualmente,  62 a volte). Poi abbiamo chiesto: questa tendenza può ridurre il livello di concentrazione? e anche in questo la maggior parte ha risposto di sì. Ma non è tutto: un numero consistente di operatori ritiene di “provare la sensazione di essere sopraffatti dalle informazioni che provengono dai vari apparecchi di tecnologia videomobile” e la reazione che provano in assoluto è “stress” e “stanchezza mentale e fisica”.  Inoltre una buona parte ritiene che l’uso massiccio di tecnologia mobile possa anche ridurre il livello di efficacia in ambito decisionale, mentre la maggior parte degli intervistati non ritiene che possa influire negativamente sul livello di redditività dell’azienda.

IL TECNOSTRESS E’ PERCEPITO COME UN PROBLEMA IN CRESCITA.

Abbiamo chiesto infine: “Ritiene che il Tecnostress sia un problema diffuso oggi in azienda?” e la maggior parte ha risposto di sì (122 risposte). Ma il dato più interessante è la percezione del problema rispetto al futuro”. Alla domanda “Le tecnologie video e mobili sono in notevole aumento in ambiente di lavoro. Ritiene che il Tecnostress sarà un problema sempre più diffuso?”, 183 operatori hanno risposto di sì. Cioè la maggior parte degli intervistati.
Gli imprenditori e i manager devono dunque includere nel rischio d’impresa l’impatto che il tecnostress ha sull’equilibrio mentale e la salute fisica. E devono poter “spalmare” questo rischio sui prossimi venti o trenta anni di attività d’impresa, considerando cioè il logoramento del proprio corpo in una prospettiva più ampia. Sentiamo cosa dice l’amministratore di una importante società pubblicitaria, operativa a livello internazionale, a proposito di tendenze del mercato:

«I lovemarks si possono trovare ovunque, ma nell’epoca dell’attraction economy due sono i luoghi che contano: sullo schermo e in negozio. Nel XXI secolo il numero di schermi nelle nostre vite continua a crescere: cellulari, computer, cartelloni pubblicitari digitali e televisori ovunque. In questo mondo di schermi i consumatori si possono collegare subito on line o dal cellulare e interagire coi prodotti cui sono interessati»
Kevin Roberts
amministratore delegato Saatchi & Saatchi
25 ottobre 2007 - (Fonte: L’Espresso)

Il fatto determinante, che emerge dalla nostra ricerca, è che il tecnostress colpisce soprattutto i quadri aziendali, i top manager, gli imprenditori della new e old economy. Il sistema economico moderno prevede l’utilizzo scontato della tecnologia digitale e mobile. Comunicare significa usare il computer e il videotelefono. Vendere e comprare include l’utilizzo di questi mezzi. E tutto il processo produttivo - fornitori, dipendenti, clienti, prevede l’uso quotidiano di tali tecnologie, e spesso in modo massiccio.
Abbiamo chiesto agli operatori di Ict: “Ritiene che l’uso massiccio di tecnologia videomobile alteri la qualità della sua vita?” e anche in questo caso la maggior parte ha risposto di sì (141 risposte), mentre una percentuale minore (73) ha risposto “a volte”. Ma sommando le due risposte ci rendiamo conto che la quasi totalità degli intervistati percepisce il tecnostress come un problema serio rispetto alla qualità della propria vita. E per un manager, un dirigente, vivere male significa rendere di meno sul lavoro. Con tutte le conseguenze che comporta.

Tecnostress, ritmi accelerati della Mobil Life
e overodse di informazioni

Un altro elemento importante emerso dalla nostra ricerca è il problema dell’accelerazione dei ritmi di lavoro e il rischio di overdose di informazioni. Sono entrambi collegati al fattore tecnostress. Infatti, abbiamo chiesto agli intervistati di dare una loro definizione della tecnopatologia e la maggior parte la associa ad una nuova forma di stress collegato all’uso eccessivo e ripetuto delle nuove tecnologie digitali, che producono, sostanzialmente, un affollamento informazioni di nella mente.
Ecco alcune delle risposte fornite:

• «Stress causato dall’uso massiccio di tecnologie»  (questionario 19)
• «Stress prodotto dall’uso di apparecchiature elettroniche»  (questionario 22)
• «Stress dovuto all’uso attivo o passivo di tecnologie informatiche
    e di telecomunicazione»  (questionario 23)
• «Stress legato all’uso di strumenti tecno»  (questionario 30)
• «Chi, a causa di difficoltà di utilizzo,  si sente stressato»  (questionario 42)
• «Stress da utilizzo di tecnologia informatica»  (questionario 43)
• «Stress psico-fisico causato dall’uso costante e continuo
     di mezzi tecnologici»  (questionario 101)
• «Stress dovuto all’esigenza d’informazioni sempre aggiornate»  (questionario 113)
• «Stress da tecnicismo»  (questionario 117)
• «Stress da una cattivo utilizzo delle tecnologie»  (questionario 119)
• «Stress da eccessivo uso di mezzi tecnologici»  (questionario 154 )
• «Stress che si aggiunge a stress!»  (questionario 172)
• «È l’evoluzione moderna dello stress...»  (questionario 185)
• «Stress che colpisce chi usa troppa tecnologia per lavoro»  (questionario 207)
• «Beh, siamo un pò tutti tecnostressati oggi. C’è troppa tecnologia!»  (questionario 223)

Come potete notare la maggior parte degli intervistati percepisce il tecnostress come l’evoluzione dello stress tradizionale, grazie all’introduzione nelle nostre vite della tecnologia digitale-mobile. Un operatore l’ha addirittuta definita senza dubbio come “l’evoluzione moderna dello stress”.
Poi c’è il problema dell’information overload (sovraccarico di informazioni) già studiato dal ricercatore americano Saul Wurman, insegnante presso il prestigioso Mit (Massachusetts Institute of Technology). Anche questo elemento è associato al tecnostress. Vediamo alcune risposte date dagli operatori intervistati al Roma Caput Media. Il tecnostress è...

• «L’obbligo di essere attenti a più informazioni nello stesso istante»  (questionario 18)
• «Troppe informazioni che generano stress»  (questionario 46)
• «Desiderio di fare sempre più attività contemporaneamente»  (questionario 45)
• «Ansia da uso eccessivo di tecnologia dell’informazione»  (questionario 81)
• «Quando hai la mente piena di input provenienti dalla tecnologia»  (questionario 92)
• «Bombardamento quotiodiano da mass media e tecnologie varie malgestite»  (questionario 120)
• «Un malesse diffuso nell’era dell’informazione»  (questionario 181)
• «Quando rispondo a telefono, mi chiama il capo, scrivo e mail...»  (questionario 183)
• «Trascorrere troppe ore con internet e il telefono»  (questionario 198)

L’informazione, dunque, è il vero “colpevole”. Questo aspetto lo vedremo più in dettaglio nei prossimi capitoli. E siccome l’informazione è in continuo e costante aumento, se ne deduce che anche il tecnostress sarà un problema più diffuso. Forse fino al punto da “ammalare” il mondo delle imprese e dei consumi?
Concludendo questo primo capitolo, voglio dire che questa ricerca non è esaustiva, ma solo un primo contributo per far luce su una problematica che investe in primo luogo gli imprenditori e i lavoratori. Mi riprometto di approfondire ulteriormente l’argomento, con altri studi e ricerche, per offrire nuove edizioni del libro, aggiornate e corrette.

(dal libro di Enzo Di Frenna, "Tecnostress in azienda" (edizioni Netdipendenza Onlus)